La rubrica di Virgilio

 di Virgilio Tosi

Parliamo tanto di ZA

Il film jugoslavo "RAT" (La guerra - 1960) di Veliko Bulajic, soggetto e sceneggiatura di Cesare Zavattini


Un anno fa ho dedicato la puntata n. 10 di questa rubrica a Cesare Zavattini. (vedi in Archivio). La concludevo assicurando che sarei ritornato sull'argomento "Parliamo tanto di ZA", perché mi sembra giusto e doveroso di approfittare dell'amicizia e dei ricordi delle collaborazioni che ebbi la fortuna di avere con lui, per mantenere viva la memoria dell'importante contributo artistico, culturale e anche politico dell'opera di Zavattini.

Siamo nel periodo della guerra fredda, l'Europa è divisa dalla "cortina di ferro". A metà del ventesimo secolo si sta ancora soffrendo e lavorando duro per richiudere le ferite provocate dalle distruzioni della seconda guerra mondiale. Malgrado le speranze riposte nell'O.N.U. fondata nel 1945, subito dopo la fine del conflitto e le tragiche conseguenze del lancio delle prime bombe atomiche sul Giappone, le utopie di un futuro governo mondiale che impedisca il sorgere di nuovi focolai di tensioni internazionali vengono deluse: c'è ora l'arma nucleare in possesso di due blocchi contrapposti che costituisce, da una parte, un possibile deterrente, dall'altra una minaccia sul futuro stesso della società umana.

Nel 1949 era nato a Parigi e si era largamente radicato in Europa in parecchi paesi dell'est e dell'ovest il movimento dei "Partigiani della pace", movimento popolare patrocinato dai partiti comunisti ma anche da altre correnti progressiste della società e della cultura. Tra i molti intellettuali e artisti Pablo Picasso offrì il disegno della sua Colomba, simbolo di pace, che divenne il logo del movimento. Rimase famosa per decenni l'iniziativa di promuovere la raccolta  internazionale di firme sotto un documento chiamato l'Appello di Stoccolma (votato a un'assemblea svoltasi nel 1950 nella capitale svedese) che chiedeva la messa al bando delle armi nucleari. L'appello fu firmato da circa 600 milioni di persone; in Italia lo firmò più di un terzo della popolazione.

Presidente di questo movimento, che poi prese il nome di Consiglio mondiale della pace, era lo scienziato francese premio Nobel Frédéric Joliot-Curie. Il Movimento aveva istituito un Premio internazionale per la pace e, nel 1955, uno dei premiati fu proprio Cesare Zavattini.

L'atmosfera da guerra fredda, la minaccia di una ormai possibile distruzione della società umana sul nostro pianeta se dovesse scoppiare una terza guerra mondiale, non potevano non influenzare la coscienza e quindi la vita creativa di Zavattini. Ne troviamo una prima testimonianza già all'inizio degli anni '50 nel frammento di un progetto di film dal titolo semplice e icastico: Un soggetto di Cesare Zavattini "La guerra",  pubblicato nella rivista "L'eco del cinema", n. 65, 31 gennaio 1954, pag. 11. In una cinquantina di righe di testo si legge poco più che l'abbozzo di un'idea tipicamente zavattiniana che sembra risalire all'epoca dei suoi raccontini: un contadino del frusinate che sta arando un pezzo di terra quando improvvisamente sente un rumore di aerei che si avvicinano, uno s'abbassa e lo mitraglia. Lui si rifugia sotto una quercia, schiacciandosi al tronco. Sente che da casa, lontano, lo chiamano, ma non si muove, terrorizzato. Poi vede altri aerei che si dirigono sulla città di Frosinone per bombardarla. Lui non sa che fare. Prima voleva bere, ma era arrivato l'aereo. "Poi si alzò come se volesse riprendere il lavoro, ma si sedette ancora."

L'ambientazione della vicenda nella campagna ciociara non è casuale: Zavattini, con la famiglia, nel 1943, era sfollato per circa un anno a Boville Ernica, che è a due passi da Frosinone. Più ispirazione neorealistica di così! E forse aveva sentito raccontare da protagonisti reali episodi come quello descritto. Che però fanno ancora parte di una rappresentazione della guerra come si svolgeva a sud di Roma proprio nel '43. Poi verrà l'incubo di una guerra atomica che distrugga la vita sul pianeta Terra.

Tra il 1954 e il 1959 (anno in cui si realizzerà il progetto di cui vogliamo parlare) Zavattini scrisse altre stesure di un soggetto intitolato La guerra, che ho ritrovato nell'Archivio Zavattini di Reggio Emilia (e qui approfitto per ringraziare questa istituzione per la collaborazione, unitamente a quella inestimabile e affettuosa di Arturo Zavattini).

Da una di queste stesure riporto le prime righe che danno subito il tono della favola (che però nel suo sviluppo assumerà via via toni tra il fantascientifico e addirittura l'apocalittico):

"Una mattina del 1957, in una parte della terra, il sole sta salendo nel cielo un po' nuvoloso e si trova proprio di fronte al giovane Antonio nel momento in cui egli spalanca la finestra della camera da letto sorridendo felice. Diciamolo subito, Antonio si deve sposare tra un'ora...."

Il testo dattiloscritto prosegue per 49 pagine, molte delle quali martoriate da centinaia di correzioni a penna, cancellazioni, ripensamenti.

Questa versione del soggetto di  La guerra si presenta col tono di una favola moderna, che richiama l'atmosfera di uno dei capolavori del binomio Zavattini-De Sica: Miracolo a Milano (1951). Com'è noto il film era nato da una favola scritta nel 1940 da Zavattini con Totò (Antonio De Curtis), rielaborata poi da ZA nel romanzo Totò il buono. Più che al neorealismo, si può pensare in questo caso al surrealismo.

 

Di un'altra stesura, di sole otto pagine, cito ancora le prime e le ultime righe:

"Una bella mattina di primavera Antonio spalanca la finestra, sono le 7 e lui è felice perché deve andare a sposarsi. Maria lo aspetta nella casa dei genitori di lei, una casa sulla collinetta ai margini estremi della città

[.......]

Nel nostro caso ecco che Antonio e Maria - mentre corrono felici per poter essere i primi per annunciare che il massacro finirà tra poco - passano in un punto dove bum!', una bombetta di quelle piccole fa tabula rasa di loro e di tutto il resto. Ed essi spariscono mentre sullo schermo compare la frase:

                                   E MORIRONO ETERNAMENTE FELICI."

 

Ogni pagina di questa versione del soggetto di La guerra reca la firma autografa di Zavattini, procedura richiesta per il deposito legale del soggetto alla S.I.A.E. (Società italiana autori & editori). Probabilmente è a partire da questa stesura depositata che nasce il progetto di realizzarne un film.

Questa idea comincia a maturare per iniziativa di un giovane cineasta jugoslavo, Veliko Bulajic (1928), di origini montenegrine. Bulajic si era diplomato nel 1955 in regìa al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma; tornato in patria gira nel 1959 il suo primo lungometraggio, con la collaborazione di Elio Petri alla sceneggiatura. Venuto a conoscenza del soggetto di Zavattini lo propone a una delle più importanti società di produzione cinematografica della Jugoslavia, la Jadran Film di Zagabria. Va tenuto conto del fatto che in quegli anni la Jugoslavia di Tito aveva assunto una sua posizione particolare, con l'allora nascente "movimento dei paesi non allineati", cercando di differenziarsi in tal modo dalle politiche contrapposte dei due blocchi internazionali divisi dalla cortina di ferro. A favore del soggetto ci fu forse un intervento (anche finanziario?) del Consiglio mondiale della pace che aveva assegnato alcuni anni prima il premio per la pace a Zavattini. Devo chiarire che, subito all'inizio del film, i due giovani protagonisti, Antonio e Maria, in quell'anonimo paese del nostro mondo non riescono a unirsi in matrimonio perché scoppia la terza guerra mondiale durante la quale verranno anche usate bombe atomiche, piccole e grandi.

Nell'autunno del 1959 inizia il lavoro di sceneggiatura del film La guerra (Rat', in serbo-croato, lingua ufficiale della Jugoslavia). Zavattini ha ottenuto dalla Jadran Film, società di produzione cinematografica tuttora esistente a Zagabria, di poter avere due collaboratori alla sceneggiatura di sua scelta, Aldo Paladini e il sottoscritto: entrambi avevamo già collaborato con Zavattini per altri lavori. Il contratto prevedeva un regolare compenso professionale pagato in lire in Italia, più una diaria in dinari jugoslavi (moneta allora non convertibile) per il previsto soggiorno a Zagabria.

Qual era la mia situazione professionale nel momento in cui stavo per iniziare questa nuova collaborazione con ZA. Avevo appena effettuato le riprese per la  "voce" Elettroencefalografia dell'Enciclopedia Cinematografica "Conoscere", diretta da Michele Gandin, una serie di documentari di divulgazione per le sale cinematografiche. Avevo inoltre completato due documentari di divulgazione scientifica, uno di carattere biologico, l'altro di fisica nucleare. Il primo, Biologia del sesso, realizzato con il prof. Alberto Stefanelli, Accademico dei Lincei, sarebbe stato premiato qualche mese dopo con il Bucranio d'argento alla Rassegna Internazionale del Film Scientifico che si svolgeva ogni anno presso l'Università di Padova con la collaborazione della Mostra del cinema di Venezia. Il secondo, Sincrotrone, era un film rivolto particolarmente all'insegnamento universitario di fisica ed era prodotto in accordo con il C.N.E.N. (Comitato Nazionale per l'Energia Nucleare), oggi ENEA: illustrava le caratteristiche e il funzionamento del primo grande acceleratore di particelle, il Sincrotrone di Frascati da poco inaugurato dall'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. Dal 22 settembre  al 5 ottobre 1959 partecipai all'Università di Oxford e al National Film Theatre di Londra al Congresso-Festival della International Scientific Film Association: al  documentario Sincrotrone venne assegnato un diploma d'onore.

Nello stesso periodo ho tentato anche altre strade: con lo sceneggiatore Lucio Battistrada avevamo scritto un soggetto cinematografico per un film commerciale del genere peplum e antico Egitto, allora in voga, uno di quei film che Za definiva "film alimentari". Si intitolava La donna dei faraoni  e l'avevamo venduto per un buon compenso al produttore Giorgio Venturini che affidò la realizzazione del film (uscito nelle sale cinematografiche nel 1960-61) a una figura direi mitologica della cinematografia internazionale: il regista Victor Tourjansky. Già famoso durante il periodo del cinema russo del periodo zarista, emigrato in occidente dopo la rivoluzione d'ottobre del 1917, Tourjansky per tutta la vita realizzò film nelle più diverse capitali della produzione cinematografica di mezzo mondo: da Berlino a Parigi, da Hollywood a Londra e a Cinecittà.  La nostra sceneggiatura fu ampiamente modificata dal produttore e dal regista per adattarla al limitato budget disponibile: in parole povere, si trattava di una produzione kolossal ma di serie B, dove le battaglie tra due eserciti egiziani, tra due fratelli che pretendevano a un trono faraonico e si contendevano un'unica donna, dovevano essere più raccontate che viste, per la scarsità delle comparse disponibili.

Nelle mie agendine dell'epoca, dove annotavo gli impegni quotidiani, trovo scritto che il 17 settembre ho un incontro con il regista Tourjansky, il 22 parto per Londra, rientro a Roma il 5 ottobre e il giorno dopo ricevo dalla Jadran Film il primo acconto per la collaborazione alla sceneggiatura di La guerra. Il giorno successivo cominciamo a lavorare con ZA.

Le caratteristiche abbastanza straordinarie di questa collaborazione con un amico, che è al tempo stesso un maestro e per me anche come un fratello maggiore, ho già avuto occasione di descriverle in questa stessa Rubrica (vedi sopra).

Secondo gli accordi con la Jadran Film, dopo alcune settimane, il 13 novembre, Zavattini, Paladini e Tosi partono in aereo per Belgrado, con un vecchio aereo sovietico a elica, mal pressurizzato. Ricordo che Zavattini chiese a una hostess una coperta perché aveva freddo.

Nel buon albergo di Zagabria dove siamo alloggiati e dove prendiamo i nostri pasti facciamo, poi, alcune scoperte positive circa la cucina locale di tipo balcanico. Scopriamo di non essere sempre soddisfatti dei piatti della cosiddetta cucina internazionale, ma anche il gastronomo Zavattini è d'accordo che certi affettati di un "dalmatinski prsut" non sfigurano  se comparati a un buon prosciutto crudo di Parma. Purtroppo ZA non trova il suo Lambrusco.

Lavoriamo da mattina a sera, tutti i giorni nello stesso albergo, dove viene spesso il regista Bulajic. Zavattini gli presenta il work in progress del nostro lavoro e ne discute con lui, a volte in italiano, che Bulajic conosce dal suo soggiorno romano al Centro Sperimentale, ma anche con l'aiuto di una interprete che è sempre a nostra disposizione. Man mano che il manoscritto procede, la parte approvata viene subito tradotta in serbo-croato per portarla a conoscenza dei produttori.

La sera siamo stanchi, Zavattini in particolare, perché il suo modo di lavorare a una sceneggiatura è anche una fatica fisica: lui parla parla, recita, dialoga, gesticola, non sta seduto un momento tranquillo, salvo le poche volte in cui ammette di trovarsi in un momento di crisi, quando c'è una situazione da risolvere e non trova subito la soluzione che lo soddisfa. Allora sta zitto e riflette o propone di fare due passi, ma talvolta non si esce nemmeno dall'albergo perché il tempo non è propizio. E' novembre, del resto. Un paio di volte, dopo cena, Aldo Paladini ed io andiamo in un night adiacente all'albergo dove c'è uno spettacolo di strip-tease, per un pubblico quasi esclusivamente di turisti stranieri. Il giorno dopo raccontiamo a ZA le nostre impressioni.

Il tempo previsto per il soggiorno a Zagabria sta per scadere. Anche la sceneggiatura si avvia verso la conclusione. Un giorno di novembre del 1959  ricevo da Roma un telegramma atteso: devo rientrare di corsa a Roma per concludere i preparativi per il matrimonio progettato clandestinamente con una ragazza cecoslovacca, quindi cittadina di un paese al di là della cortina di ferro. Zavattini era già al corrente di tutto.

A differenza di quel che succede ai due protagonisti del film, che purtroppo non sono riusciti a portare a buon fine il loro matrimonio, a me è andata molto meglio. Parto in gran fretta, non senza aver speso in un mercato contadino di Zagabria i molti dinari che mi erano rimasti. La consigliera comunale di Milano, Rossana Rossanda, celebrerà il matrimonio che dura felicemente tuttora, dopo più di mezzo secolo.

Nel frattempo, a Roma, abbiamo portato a termine la sceneggiatura, consegnandola al regista Bulajic che stava già preparando l'inizio delle riprese. (Continua) 

 

 



Nel dopoguerra Virgilio Tosi è tra gli animatori del movimento dei Circoli del Cinema. Come documentarista, dopo aver collaborato con Cesare Zavattini, si è specializzato nel campo del film scientifico. Ha svolto in parallelo attività nel campo della critica e della saggistica cinematografica. È stato consulente dell'UNESCO, dell'Istituto Luce, della Galleria Nazionale d'Arte Moderna, presidente dell'International Scientific Film Association , direttore di ricerche in campo audiovisivo per il C.N.R., il C.S.C. e per la RAI-TV. Ha insegnato al Centro Sperimentale di Cinematografia, alla Scuola ZeLIG di Bolzano, e come professore a contratto di "Cinematografia documentaria" all'Università "La Sapienza" di Roma e in altre scuole di cinema e università. Per filmografia e bibliografia vedi http://it.wikipedia.org/wiki/Virgilio_Tosi