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Corrispondenze dal Giappone, Matteo Boscarol |
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Nel primo lavoro della Ogawa Pro che abbiamo
analizzato, Summer in Narita del 1968, la macchina da presa si buttava
letteralmente nella mischia delle lotte di resistenza contro la costruzione
dell’aeroporto di Narita. L’occhio guidato da Tamura Masaki e Otsu Koshiro
seguiva l’azione ed in molti casi provocava quasi sfrontatamente le forze di
polizia puntando loro contro, come se fosse un’arma, la cinepresa. Era un
documentario quello, costruito con una grammatica squisitamente
cinematografica, montaggio, primi piani, commento e, soprattutto nel finale,
anche con un uso extradiegetico della musica, un raffinato racconto, molto
di parte certamente, della lotta dei contadini della zona. Con Heta buraku
ci spostiamo in tutt’altra dimensione, Ogawa ed il suo collettivo decidono
di fare un passo indietro rispetto all’azione e di rivolgere il loro sguardo
verso il tessuto che costituisce il villaggio, le abitudini e le conseguenze
di questa resistenza oramai portata avanti da quasi un decennio. La primissima immagine con Ogawa Shinsuke stesso che
compare a fianco dell'anziano Tonojita che parlerà ed illustrerà per tutti
gli 11 minuti, in un unico long take, la storia recente ed antica del villaggio, è altamente
indicativa della concezione di questa pietra miliare del cinema giapponese.
Ogawa dentro la prima immagine significa che il soggetto filmante durante
tutti questi 7 anni di permanenza nella zona di Sanrizuka si è avvicinato
sempre di più all'oggetto che intende filmare, fino a giungere dall'altra
parte ed a fondersi con esso [1]. Il documentario è in
questo modo non fatto solamente dal punto di vista dell'oggetto che
intendeva filmare ma di questo esteticamente ne esprime la concezione del
tempo e dello spazio. Il lavoro nelle sue due ore e mezza è composto da
pochi long take che descrivono la
vita del villaggio nel momento in cui la trama sociale si sente sempre più
attaccata e minacciata, certamente dalla polizia che tenta di portare
scompiglio all’interno del paesino arrestando alcuni giovani, ma anche dalle
defezioni di alcune famiglie che rinunciando alla lotta, vendono il loro
terreno. Il momento storico è cruciale, le spinte rivoluzionarie e di
resistenza cominciate nel decennio precedente stanno tramontando lasciando
spazio ad un senso di impotenza ed a un quasi inevitabile slittamento di
posizioni [2].
Le stesse lunghe discussioni fra gli abitanti del
villaggio mostrano le difficoltà, le tensioni e le preoccupazioni che li
attraversavano in quel momento così importante. Heta buraku è anche la risposta ad una
rappresentazione della storia e degli eventi più eclatanti e drammatici che,
proprio in quel decennio sarebbe avvenuta sempre di più e influendo in modo
sempre maggiore tramite il mezzo televisivo, i fatti dell'Asama Sanso jiken
ne sono un esempio primigenio con la lunghissima diretta televisiva
dell'assalto da parte della polizia del cottage dove si erano rifugiati i
membri dell'URA. È una rappresentazione, quella mostrata dalla televisione
che necessariamente e anche nei casi in buona fede, basa la sua presunta
veridicità sull'oggettività dei fatti mostrati dall'esterno, a questo
approccio la Ogawa Pro contrappone, segnatamente con questo lungometraggio,
una lettura dall'interno, un punto di vista che si colloca al di dentro
dell'oggetto ma che spazia anche oltre, delle lotte e degli scontri ci
mostra un quadro molto più ampio, profondo e complesso. Una scena in cui dei poliziotti in borgese arrivano
nel villaggio ed arrestano due giovani è, in questo senso, un esempio quasi
estatico di questa nuova concezione del documentario e dello slittamento
quasi epistemologico che rappresenta. Dall'abitazione di uno dei ragazzi
l'occhio della mdp segue le macchine che li portano via, assieme ad un
gruppo di abitanti del villagggio che dice loro di non mollare, di
resistere. In una stradina sterrata la macchina continua il suo viaggio, a
questo punto la mdp di Tamura si ferma e con un movimento di 180 gradi ci
mostra degli anziani rimasti sulla strada a commentare, i boschi, i campi di
riso, ma in lontananza risuonano le voci al megafono che protesta contro la
polizia. La mdp lentamente gira di nuovo di 180 gradi e ci mostra in
lontananza le macchine andare via per una piccola strada e si ferma, non
segue l’azione come avrebbe fatto fino pochi anni prima. Questi minuti sono
un capolavoro di fotografia e politica delle immagini, la vicinanaza alle
lotte, ma allo stesso tempo il distanziarsi dallo scontro vero e proprio e
quindi l'appartenere al villaggio ed al suo tempo sono qui espressi in
maniera emblematica. È la rivelazione di un tempo antagonista, il tempo
delle lotte che ormai è diventato cliché viene scardinato [3],
lasciato su sè stesso, si tratta della conquista di un tempo apparentemente
calmo ma permeato da una tensione che si fa ancora più rivoluzionaria in
quanto intacca direttamente l’estetica del quotidiano e la concezione della
realtà in cui siamo immersi. Anche quando assistiamo in un altro lungo
passaggio alle parole dell’anziana Hanzem che ricorda il passato del
villaggio o alla costruzione di un’offerta fallica fatta con verdure, di una
delle donne più impegnate nella resistenza, ci troviamo sempre all’interno
di un'opera che abita il fuoricampo, sia quello degli avvenimenti storici
con la S maiuscola, sia quello del cinema e quindi dell'arte documentaria. In altre parole, Heta buraku rappresenta una rottura
rispetto ai precedenti lavori della Ogawa Pro, anche se naturalmente
contenevano in nuce già tutte le possibilità, in quanto abitando il tempo
del villaggio e quello delle persone, assistiamo ad un movimento che dalle
rivolte si sposta verso ciò che di queste lotte rappresenta lo sfondo,
stratificato e complesso, il time
after di cui parla Ranciere
a proposito di Bela Tarr [4]. Un fuoricampo che è anche uno
scarto, nel senso di qualcosa che opera una rottura, ma anche proprio di un
qualcosa che non viene usato e quindi buttato via, rispetto a come veniva e
viene concepito il documentario ed il cinema in generale. È quasi un ritorno
agli actualities, all'alba del
cinema, alle possibilità alternative ed anti spettacolari che la settima
arte porta in sè, ben prima di diventare "arte", per usare una felice
espressione di Alberto Grifi relativa al suo Anna, “smettere di usare i
linguaggi cinematografici (...) per aprire i linguaggi della vita"
[5].
Grande importanza poi assume in questo documentario
la parola, finalmente in sincrono al contrario di quello che avveniva nei
precedenti lavori della Ogawa Pro. Questi discorsi pronunciati, bisbigliati
o solo anche accennati, assieme ai vari rumori di fondo catturati da un
sistema sonoro finalmente all’altezza si fondono ai lenti e quasi ipnotici
movimenti di macchina di Tamura.
Heta buraku è un momento capitale nella storia/nelle storie del cinema non
in quanto presenta il tempo del villaggio contadino come fosse qualcosa che
si contrappone a quello dell'apparato statale, o banalmente della modernità.
Così come in Magino Village a Tale, anche se in questo film visto il
periodo, metà anni ottanta, il rischio è più forte e per qualche istante
finisce per cadere in questa trappola, non c'è nessuna nostalgia verso un
modo di vivere contadino giudicato come migliore rispetto a quello "moderno"
rappresentato dal progresso dell’ aeroporto di Narita. È in gioco qualcosa
di molto più sottile e sfaccettato, intanto ciò che prima abbiamo definito
il tempo del villaggio, non è qualcosa di monolitico ed unico ma è una
stratificazione storica, c'è il racconto dell'anziana Hanzem, c'è quello
all'inizio di Tonojita-san e altri ancora, ciò che il film riesce a far suo
è questo sovrapporsi di tempi/durate eterogenee. Queste diverse concezioni
del tempo, questo crocevia di durate, non sono rappresentate nel
documentario ma formano il tessuto stesso del film, Heta buraku è fatto
nella sua stessa sostanza di questi tempi aternativi. Qui sta il grande
raggiungimento di Ogawa e del suo collettivo, un'opera che incarna le
possibilità latenti del reale e la realtà del possibile, un lavoro a metà
strada tra il cinema sperimentale, anche se pochi lo considerano tale, e
l’antropologia visiva, un incrocio ancora tutto da decifrare. Ma siccome il film ha un andamento molto peculiare,
"alieno" allo spettacolo cinematografico e anche al documentario
tradizionale, si tratta di una pellicola di difficile fruizione,
insostenibile se non visto con la giusta predisposizione, e in connessione
con gli altri lavori del collettivo ed assolutamente da esperire su un
grande schermo. Quest' ultima considerazione ci permette anche di ragionare
su come la fruizione di un'opera influenzi direttamente la qualità della
stessa, fatto che Ogawa aveva compreso appieno, lo dimostra la
proiezione/happening pensata per Magino Village a Tale, ma ne parleremo la
prossima volta quando andremo ad analizzare questa pellicola. (Matteo
Boscarol)
[1] Questo breve scritto deve moltissimo a Abé Mark
Nornes ed ai suoi studi sul documentario giapponese e Ogawa Shinsuke
in particolare. Molti concetti che ho cercato di sviluppare nel
presente saggio sono direttamente o indirettamente presi dallo
studioso americano.
[2] Questo spostamento è del resto captabile in
molti altri ambiti sia artistici che non, interessante sarebbe fare
una mappatura di questo slittamento di episteme nel corso dei
settanta e non solo nell’arcipelago nipponico.
[3] Bucare il cliché di Alessandro Simoncini
http://tysm.org/?p=8535
[4]
Béla Tarr, the Time After di
Jacques Rancière, Univocal Publishing, 2013.
[5] In “Atlante sentimentale del cinema per il XXI
secolo” pag 50, D. Fumarola e A.Momo, ed.Derive Approdi, 2013 Matteo Boscarol vive in
Giappone da più di un decennio, è saggista e critico cinematografico e
scrive di cinema e Oriente per alcune testate italiane, in rete per
Screenweek e per Sonatine2010. Ha curato "Tetsuo. La Filosofia di Tsukamoto
Shin'ya" (Milano, 2013), "Rock‘n
Roll Virus" di William S. Burroughs (Roma 2008), ed è intervenuto in
volumi monografici su Satoshi Kon, Ōshima Nagisa, Sono Sion e con due saggi
in "World Film Locations: Tokyo" (Intellect
Books, 2011) e "Agalma n.
16" ( Milano, 2009). Collabora con il Festival di Torino come osservatore
dal Giappone. Al momento è impegnato alla stesura di un volume sulla storia
del documentario giapponese. |
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