Critica doc
   A cura di
Vanessa Crocini


Bébés

di Thomas Balmès (Francia, 2010, 79')

 

Quante volte ci siamo soffermati ad osservare attentamente dei neonati in alcuni momenti del loro primo anno di vita? Bébés ci offre sicuramente un punto di vista molto interessante a riguardo. Il regista Thomas  Balmès  punta la macchina da presa su quattro bambini provenienti da quattro diverse parti del mondo e appartenenti a culture diverse, dal giorno della loro nascita seguendoli per un anno.

I protagonisti sono Ponijao, appartenente alla tribù Himba, in Namibia, che vive in una capanna di fango con la famiglia; Bayarjargal, che con il fratello e i genitori nomadi si sposta nelle praterie della Mongolia; Mari, che vive con i genitori in un piccolo ma super moderno appartamento a Tokyo e Hattie, di San Francisco, bambina forse più vicina alla vita occidentale rispetto a tutti.

Le prime immagini ci mostrano due bambini in Namibia che giocano per terra con delle rocce e una bottiglia di plastica; accanto a loro una donna sta partorendo nell'ambiente più naturale possibile, a contatto con la terra. Una rappresentazione della vita come fertilità per eccellenza. Subito dopo, contrastanti le immagini di Hattie in un'incubatrice, attaccata a macchine mediche che controllano la sua respirazione. Differenze etiche e sociali restituite da una fotografia molto suggestiva, scorci interessanti sull'infanzia da un punto di vista che tendiamo spesso a non considerare: quello dei neonati, piccole persone con grandi personalità. Il DNA comportamentale di ognuno dei protagonisti però è molto simile: dal bisogno della madre alla scoperta imbarazzante del proprio corpo, dal fascino di luoghi, oggetti e animali che li circondano alla libertà acquisita con il camminare. E se Bayar viene fasciato in maniera quasi soffocante fin dai primi giorni di vita, la sua rivincita arriva quando viene legato ad una specie di guinzaglio che gli permette di scoprire la sua mobilità; così come Ponijao impara fin da subito a trasportare cesti di paglia in equilibrio sulla testa e simula le mansioni quotidiane di macinazione e preparazione dei cibi. Mettendo a confronto la vita dei neonati della Mongolia e della Namibia con quelle della bimba americana e giapponese, queste ultime risultano quasi noiose soprattutto per il forte e soffocante eccesso di protettività di una vita più occidentale, dove il materialismo ha la meglio su tutto. Non a caso una delle scene più divertenti è sicuramente quella in cui Hattie ad una classe di Yoga e New Age, vuole alzarsi e andarsene proprio nel momento in cui vengono fatti dei canti in onore della “terra madre”. Ponijao e Bayar sono sicuramente le vere star del documentario soprattutto perchè sembrano i bambini più felici lontani da tutti i comfort della vita moderna.

Un film senza dialogo e senza sottotitoli, perchè in fondo quello che è importante  sono le azioni e il contatto dei bambini con la vita e l'ambiente che li circonda, le loro reazioni e i comportamenti di ognugno di loro: dal bacio di Ponijao a un cane randagio alla frustrazione di Mari davanti ad un giocattolo di legno che dovrebbe essere educativo e facile da usare ma che altro non fa che aumentare la frustrazione della piccola; da Bayarjargal che osserva un gallo e una mucca a distanza ravvicinata fino alla prima doccia di Hattie in un bagno super moderno. Sicuramente una scelta interessante del punto di vista di Balmès che in fondo non vuole creare simpatie o antipatie negli spettatori verso i bambini ma mostrare quanto invece siano diverse le situazioni nelle quali questi neonati crescono e come queste possano influenzare i loro comportamenti. Nonostante i protagonisti non siano in grado di parlare, il regista riesce attraverso le immagini e la scelta delle inquadrature e rendere i loro gesti quasi provocatori.  Il messaggio di Barnès è che non è importante in quali ambienti i bambini nascono e crescono perchè se sono amati la loro felicità è quello che conta perchè in fondo l'amore attraversa i confini culturale e geografici ed è un concetto universale.

Le riprese sono iniziate nel 2006 e sono durate circa due anni per un risultato di 400 ore di filmato in piu' di 400 giorni. Alcune curiosità: il villaggio Himba in Namibia dove sono state fatte le riprese di Ponijao, non ha molta accessibilità a pozzi dove ricavare dell'acqua. Per questo motivo, il regista ha fatto un accordo con i genitori del piccolo per ricevere assistenza medica durante e dopo le riprese. Il padre di Hattie invece è un direttore della fotografia e questo ha permesso di facilitare le riprese e fare in modo che fosse lui stesso a filmare la figlia.

Un documentario da vedere perchè è in fondo una celebrazione della  vita e di un periodo importantissimo che nessuno ricorda in dettaglio ma che invece ha formato la personalità di ognugno di noi.



 


 Vanessa Crocini è nata a Prato nel 1982. Si è laureata al Dams di Bologna dopo aver vinto una borsa di studio per un anno presso la Università della California di Santa Barbara dove ha messo in pratica la sua passione per il montaggio. Ha lavorato in produzione di serie televisive, video musicali e pubblicità in Italia e a Los Angeles. Ha completato un programma post – laurea alla UCLA,  dove si è interessata maggiormente alla produzione di documentari e web series. Ha realizzato la serie High School Love per Bonsai TV e lavorato sul documentario di Alessandro Rocca, La Lista del Console, girato in Rwanda. Attualmente sta lavorando al suo documentario su una comunità di anziani ad Orange County in California e si occupa della produzione video di siti internet americani ed italiani per l’ambiente.