Critica doc
   A cura di Vanessa Crocini


Mugabe and The White African

di Andrew Thompson e Lucy Baile (UK/Zimbabwe, 2010, 94’)

 

Mike Campbell non è un bianco come un altro. E' un bianco africano, residente in Zimbabwe, proprietario di terreni ai quali, secondo la legge in vigore dal 1980, il governo avrebbe rinunciato. Avrebbe perché in realtà con l’inasprirsi del regime di Robert Mugabe, tali terre appartenenti a contadini bianchi devono essere ridistribuite a contadini (neri) zimbabuensi, anche con l’uso della forza, se serve. Il crimine di Mike Cambell è essere uno zimbabuense bianco e avere un’attività che nonostante dia lavoro e da mangiare a circa 500 zimbabuensi (neri), non è gradita a Mugabe.

Il film racconta le vicende di Mike Campbell e della sua famiglia, a partire dal 2007 quando si reca con il genero Freeth al Tribunale dei Diritti Umani in Namibia (SADC), per presentare ricorso contro il presidente dello Zimbabwe per discriminazione razziale e violazione dei diritti umani. Caso che viene rimandato diverse volte dall’entourage di Mugabe  con la scusa del periodo pre-elettorale, che in realtà nasconde episodi di violenza, omicidi e minacce. Infatti in diverse parti del paese ci sono sicari del dittatore mandati a picchiare contadini bianchi che sono costretti ad abbandonare le loro case e le loro proprietà, che vengono messe a fuoco. A differenza di loro, Campbell e il genero resistono fino all’ultimo.

Anche se il caso presentato al Tribunale dei Diritti Umani viene vinto da Campbell, purtroppo questo non garantisce a lui e alla sua famiglia alcuna sicurezza. Una delle scene più forti del documentario e’ sicuramente quando il figlio di uno dei ministri del governo di Mugabe arriva sulla proprietà di Campbell e,  come in un monologo, esprime il suo odio contro tutti gli europei colpevoli di essersi impossessati di terreni altrui fin dai tempi del colonialismo. Ora è il tempo per i neri dello Zimbabwe di riprendersi quello che e’ stato rubato loro. La riforma terriera prevede infatti non solo che le terre dei bianchi debbano essere confiscate, ma che essi stessi debbano essere cacciati dal paese.

Uno dei momenti più intensi del documentario e’ la domanda che il genero di Campbell si pone: “Si può essere bianco e africano? Si può essere bianco e americano; nero e americano. Perché allora non bianco e africano? Il razzismo è una cosa terribile, sia tra bianchi che tra neri.”

Cosa colpisce di questo documentario è sicuramente il fatto che proprio nel 2008, poco prima delle elezioni, nessuna TV, giornalista e reporter poteva entrare in Zimbabwe, ad eccezione di Al Jazeera. I registi Andrew Thompson e Lucy Baile hanno girato interamente di nascosto.  Thompson ha dichiarato di non essersi mai sentito in pericolo come in Zimbabwe, anche mettendo a confronto altre esperienze come quelle che aveva fatto precedentemente in Iraq, in Afghanistan e sulla striscia di Gaza. Questo è un reportage che non ha paura, ma dal quale traspare sicuramente  un forte senso di violenza, di minaccia, soprattutto nelle immagini girate di notte, quando a turni, Cambpell e il genero, insieme ai loro dipendenti monitorano i confini delle loro proprietà. I registi hanno dovuto organizzare l’entrata nel paese da cinque diversi confini e muoversi spesso in posti sicuri senza attirare troppa attenzione, oltre che viaggiare sempre separati dal materiale tecnico come telecamere e videocassette con il girato. E infatti alla fine di ogni viaggio, militari delle forze interne si presentavano puntuali sulla proprietà di Campbell chiedendo della presenza di altri bianchi definiti come giornalisti. In Zimbabwe non sai mai chi e’ tuo amico e chi non lo è.

Molto forti anche le scene in cui altri contadini bianchi, amici di Campbell, sono costretti a lasciare le loro case e terreni in meno di 24 ore. Le scene di pianto e di assoluta impotenza davanti alla situazione rendono la storia di Campbell ancora più incredibile visto il suo rifiuto di mollare tutto quello che ha costruito in 30 anni. Anche davanti alle continue intimidazioni dei sicari di Mugabe.

Le immagini di questo documentario rappresentano sicuramente un punto di vista unico sulla repressione operata dal dittatore Mugabe. I dipendenti di Campbell sono presenti in diversi momenti, ma la loro e’ una voce molto flebile, specchio della repressione e del timore che le ideologie di Mugabe hanno causato. Sembra spesso che il loro sia un comportamento contraddittorio, nonostante siano anch’essi vittime del caso.

L’obiettivo della telecamera, soprattutto nel climax conclusivo della violenza, riesce a catturare solo le conseguenze degli eventi, visitando Campbell, la moglie e Freeth all’ospedale, dopo essere stati duramente picchiati. Sul finale per loro parlano fotografie e  frasi che appaiono su schermo nero, che raccontano cosa e’ successo dopo. Il tutto accompagnato dalla struggente colonna sonora realizzata da Jonny Pilche.

Il film mette in primo piano l’importanza dei diritti umani, il valore della legge e della democrazia. Come valori universali dovrebbero essere rispettati, sempre e dovunque. In Zimbabwe il dittatore Mugabe è responsabile per l’abuso di tali diritti, poiché per chi si oppone al suo regime, vi è la persecuzione, la tortura e l’omicidio. E mentre il resto del mondo fa finta di niente, c’è ancora la possibilità riflettere grazie a film come questi che riescono a raccontare con grande coraggio un pezzo di storia contemporanea che viene ingiustamente ignorata.


 


 Vanessa Crocini è nata a Prato nel 1982. Si è laureata al Dams di Bologna dopo aver vinto una borsa di studio per un anno presso la Università della California di Santa Barbara dove ha messo in pratica la sua passione per il montaggio. Ha lavorato in produzione di serie televisive, video musicali e pubblicità in Italia e a Los Angeles. Ha completato un programma post – laurea alla UCLA,  dove si è interessata maggiormente alla produzione di documentari e web series. Ha realizzato la serie High School Love per Bonsai TV e lavorato sul documentario di Alessandro Rocca, La Lista del Console, girato in Rwanda. Attualmente sta lavorando al suo documentario su una comunità di anziani ad Orange County in California e si occupa della produzione video di siti internet americani ed italiani per l’ambiente.