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L'ora d'amore
di Andrea
Appetito e Christian Carmosino (Italia, 2008, 52’)
É impossibile,
guardando L’ora d’amore, non pensare a Quién es Pilar?, il
cortometraggio del 2006 (tra i più belli del decennio) con il quale Appetito
e Carmosino incantarono decine di festival in Italia e nel mondo. Pilar
legge sul giornale che un uomo, ingiustamente accusato di corruzione, si è
suicidato. Quel fatto di cronaca la sconvolge. Il volto sorridente di questo
sconosciuto, la sua dignità intrisa di disperazione, la attraggono al punto
che decide di “sposarlo”. Il giorno dopo i funerali, Pilar si reca al
cimitero deserto, dove celebra solennemente le proprie nozze col defunto. Da
quel giorno indosserà per sempre il vestito da sposa…
Viene da dire
che L’ora d’amore è la versione realistica di Quién es Pilar?
(che pure era tratto da una vicenda reale), la traduzione di una favola
metafisica in un saggio sociologico. Nel passaggio dal corto al
mediometraggio, dalla finzione al documentario, il cuore della trama resta
immutato: la lontananza degli affetti, la separazione fisica degli amanti.
Ogni amore costruisce nel tempo i propri limiti, i propri più o meno
metaforici confini. Ma c’è un luogo, il carcere (che
noi uomini liberi reputiamo da sempre “alla periferia della
normalità”), dove questi limiti si fanno tangibili, dolorosamente fisici. E
L’ora d’amore è appunto un film sulla Distanza, sulle mura, le
sbarre, i chiavistelli che rendono ardua e quasi “fantastica” qualsiasi
relazione amorosa.
Per Mauro,
Fatima e Angelo (detenuti a Rebibbia), la vera condanna non è per i
reati commessi (che il documentario, con ammirevole pudore, evita di rendere
noti), ma per la privazione della vita sentimentale e sessuale: pene
aggiuntive che nulla hanno a che fare con i loro crimini. Fatima attende una
settimana per una telefonata di cinque minuti: “Tutto l’affetto che provavi
per il tuo compagno lentamente svanisce…” Deborah, la compagna di Mauro,
rivela che “l’amore adesso è fermo”, “il tempo è bloccato”, congelato come
in una vecchia fotografia. Angelo, transessuale, è
stato abbandonato dal proprio compagno, che appena libero si è legato ad una
donna, negando la propria omosessualità. In fondo, spiega mestamente, è
uscito di prigione per chiudersi in un’altra prigione, circondata di
convenzioni sociali.
Ma lo sconfortante grigiore di questo microcosmo
sembra negato, o perlomeno contrastato, dalle
scelte della regia. L’ora d’amore è soprattutto la storia di gente in
movimento, che cammina, viaggia, si sposta in auto, in trattore, varca
cancelli e portoni, percorre corridoi infiniti, come per scalfire, in uno
slancio di pura vitalità, l’atroce indeformabilità del tempo. Alla conquista
di un appuntamento che durerà l’oasi di un’ora, amaramente coscienti che non
si avrà mai il tempo di esprimere all’Altro tutto ciò che si ha dentro. Come
chi deve ridurre nei pochi fotogrammi di un’intervista il film della propria
vita.
Dante Albanesi
è nato a San Benedetto del Tronto nel 1968. Si è laureato in Storia del Cinema al DAMS di
Bologna. Scrive di cinema su varie riviste e siti web. E' direttore artistico del
festival di cortometraggi “Corto per scelta”. |