Rivedere De
Seta di Simone Bucri
De Seta ha visto (e
ascoltato) un mondo in trasformazione. E lo ha
filmato. Era il 1954 quando il giovane regista
accompagnato da un assistente inizia a filmare il lavoro
e i riti delle genti del sud d'Italia. Realizzerà, nei
cinque anni successivi, dieci documentari sulla vita di
mare ("Lu tempu de li pisci spata", "Contadini del
mare", "Pescherecci") sul lavoro nelle miniere
("Surfarara") sulla terra che trema ("Isole di fuoco"),
sui riti ("Pasqua in Sicilia") e sulla vita nelle
comunità dedite all'agricoltura e alla pastorizia
("Parabola d'oro", "Un giorno in Barbagia", "Pastori di
Orgosolo", "I dimenticati"). L'esigenza, dichiarata
dallo stesso regista, era di fermare sulla pellicola i
movimenti, le gesta, di un mondo che stava per
scomparire. De Seta quindi, fotografando l'istante che
precede il mutamento, è riuscito a tramandare un
universo di significato ancora coeso, unito, solido, che
non mostra in nessun modo le crepe del suo imminente
sgretolamento, né tantomeno le avvisaglie di quello
"sviluppo senza progresso", come lo definirà Pasolini,
che da lì a poco muterà completamente la realtà del sud
d'Italia. Il suo racconto è portato avanti da
inquadrature inusuali (lo stesso regista curava anche la
fotografia), senza voce off ad aiutare la diegesi,
riuscendo ad essere sempre esaustivo, chiaro, completo.
L'inquadratura definisce l'avvenimento nella sua
interezza; riesce a "spiegarlo", e a suo compimento
interviene il sonoro, l'audio "dal vero" come
specificato nella didascalia de "Lu tempu de li pesci
spata", registrato durante le riprese ma non
necessariamente "in presa diretta". Perché il cinema è
un "arte composita", come spiega De Seta nel
documentario "Paesaggi della Memoria" (2002) di Paolo
Isaja e Maria Pia Melandri, "la sinfonizzazzione è
raggiunta fondendo insieme i suoni, il tempo e la
fotografia". E' così che il suo sguardo, minuziosamente
etnografico, riesce ad essere lirico, sinfonico appunto,
avvicinando De Seta a quel documentarismo europeo che
dal primo Ivens arriva sino a Ruttmann e Vertov. La
forma cinematografica sorprende per la sua innovatività:
prima di tutto la scelta della pellicola a colori, che
ci offre una visione diversa di quel mondo che da sempre
siamo abituati a vedere in bianco e nero; poi il formato
panoramico, usuale nell'industria cinematografica, nel
cinema di finzione, ma completamente atipico per il
documentario. Scelte innovative quindi che spiazzano lo
spettatore (anche contemporaneo) obbligandolo a guardare
con sempre più attenzione e a chiedersi dove finisce la
rappresentazione documentaria e inizia quella
finzionale. Del resto, quella tra finzione e realtà è
una scelta di campo che il regista non ha mai fatto in
maniera netta e precisa. Anzi, è proprio sulla zona
liminare dei due universi filmici che De Seta è riuscito
a raggiungere il massimo della sua espressione
cinematografica, filmando come se fosse finzione la
realtà come nei documentari, e documentarizzando la
finzione come nei film "Banditi a Orgosolo" (1961),
"Diario di un maestro" (1973) e "Lettere dal
Sahara"(2004). Travalicando così la rigidità, solo
teorica, dei generi, rimanendo fedele al concetto
majakovskijano di cinema come atleta, arte
sempre in movimento.
De Seta ha visto (e amato) "Furore" (1940) di
John Ford, ed è un tassello importante: il soggetto del
film, ambientato nel periodo successivo alla grande
depressione del 1929, è costituito dalle difficoltà che
una famiglia di contadini dell'Oklahoma deve affrantare
per ritrovare una terra da lavorare dopo lo sfratto
subito da una società guidata da banche. Esemplare è lo
sfogo di uno di loro prima di lasciare il mondo che da
sempre aveva abitato: "Nasciamo su questa terra!
Lavoriamo su questa terra! E muoriamo su questa terra!".
Quello che viene spezzato dalla modernità capitalista è
quindi l'unione tra l'uomo e il suo territorio di
appartenza, da cui non solo trova sostentamento ma in
cui si riconosce come essere umano. E' da questa rottura
che nasce la sofferenza, economica e psichica, di chi è
vittima del sopruso. L'uomo sradicato dal suo contesto,
dalla sua collettività, dai sui riti entra in crisi.
L'unione e reciproca identificazione di quegli uomini
che pescano cantando come in una processione rituale nel
documentario "Contadini del mare", si frantuma.
De Seta ha cercato
di vedere dentro se stesso nel suo film più
controverso: "Un uomo a metà" (1966). Questa volta
l'obiettivo della macchina da presa è puntato verso il
regista stesso, in un viaggio introspettivo in cui si
mescolano passato e presente, amore e odio e da cui
emerge chiaramente un tema ricorrente in molti film di
De Seta: lo scontro tra l'individuo e la collettività
("io non ho bisogno di aiuto, sono sempre bastato a me
stesso" afferma il protagonista, l'ottimo Jaques Perrin,
nelle prime battute del film). Quindi, che sia il
pastore Michele di "Banditi a Orgosolo" che lotta
contro l'ingiustizia del potere che lo porta a perdere
il suo gregge di pecore e a diventare bandito lui
stesso; o il maestro Bruno D'Angelo ne "Diario di un
maestro" che si batte contro il conservatorismo
dell'istituzione scolastica, è sempre il conflitto per
l'affermazione della propria identità il motore che
muove i protagonisti dei film di De Seta.
De Seta va visto (e rivisto). Anche se, negli
ultimi anni, grazie all'opera di divulgazione fatta da
alcuni operatori culturali, è stato possibile
rivedere in eventi e rassegne alcuni suoi film, a troppi
ancora sono sconusciute le opere, documentarie e non, di
uno dei più importanti registi italiani. A mettere fine
all'oblio in cui versava la produzione filmica di De
Seta ha sicuramente influito l'interesse di Martin
Scorsese che nella primavera del 2005 ha presentanto
personalmente l'opera del maestro prima al Tribeca Film
Festival e poi al Museo di Arte Moderna (MOMA) di New
York. Ma è soprattutto oggi, nel periodo transitorio
e di trasformazione che stiamo vivendo, mentre lo
"sviluppo senza progresso" sembra cedere il passo a
qualcosa di ancora non definibile, che la fiera
indipendenza produttiva di De Seta deve essere da
esempio per chi si avvicina al mondo cinematografico. E
devono essere da esempio le sue scelte e le sue
rinuncie, come quella a dirigere film di cui non c'era
bisogno, di cui non sentiva la necessità, perchè come
lui stesso suggerisce nel già citato "Paesaggi della
memoria": "è meglio produrre olive che produrre brutti
film". Per De Seta le
realtà cinemtorgrafiche culturali romane hanno fatto
qualcosa di eccezionale. I film sopra citati, saranno
visibili all'interno di due rassegne che si terranno
nelle prossime settimane: la prima, Vittorio De
Seta - Diari di un maestro di cinema, si terrà dal 14
Gennaio al 1 Febbraio ed è ospitata da ben 18 diverse
realtà (da Apollo 11 alla Casa del Cinema, dall' AAMOD
al Detour) dove sarà possibile vedere i film del meastro
a cui seguiranno incontri con registi, critici
cinematografici e amici di Vittorio. Nella seconda
rassegna Tre passi con Vittorio De Seta, organizzata
nella Sala Visioni dell'Ecomuseo del Litorale Romano dal
14 Gennaio al 5 Febbraio, sarà mostrata l'opera omnia
del regista (Il cinema creato), i film che amava (Il
cinema amato) e i film di Paolo Isaja e Maria Pia
Melandri di cui De Seta è stato "protagonista" e in
definitiva coautore (Il cinema condiviso). In più,
domenica 5 Febbraio sarà proiettato per la prima volta
lo spezzone di montaggio provvisorio di "Nemesi", film
su cui De Seta stava lavorando e che purtroppo rimarrà
incompiuto.
Simone Bucri, vive e lavora a
Roma. Laureato in Scienze della Comunicazione con tesi
sul documentario d'arte in Rai, è socio della CRT
(Cooperativa Ricerca sul Territorio) dove si occupa di
produzioni audiovisive, principalmente documentarie. E'
autore dei documentari “Pescatori di Ostia” (2011) e
“Dove non si va andremo. Collettivo Angelo Mai” (2010)
insieme a Lorenzo Iervolino.
Torna a inizio pagina
IDFA 2011
dal nostro
inviato Paolo Guglielmo Sulpasso
Nell'attesa del 25 compleanno che si celebrerà nel 2012,
l'IDFA presenta un'edizione da record. Oltre 200.000
spettatori che hanno fatto superare il milione di euro
ai botteghini. Numeri da capogiro, per una festival
enorme e in continua evoluzione, sempre più punto di
riferimento per il mondo del documentario. Un punto
di riferimento ormai anche per il pubblico della rete,
infatti il ricchissimo programma di eventi, proiezioni,
incontri trova uno spazio sempre più ricco e organizzato
sul portale del festival. L'IDFA TV conta oltre 100
film in streaming gratuito, oltre ai dibattiti, i talk
show e le masterclass; inoltre il
"film archive" continua ad
arricchirsi dei contenuti di oltre 20 anni di Festival,
diventando sempre più una memoria storica dell'IDFA e
lasciando intravedere prospettive tanto ambiziose quanto
entusiasmanti per quello che questo portale potrebbe
diventare in futuro. I Film
premiati
In un anno in cui "The Ambassador" di Mads Brugger,
al limite tra l'inchiesta e l'intrattenimento, attira
l'attenzione della stampa olandese, la giuria dell'IDFA
premia una storia asiatica, raccontata con poesia da
Seung-Jun Yi. Il film "Planet of Snail" (Corea del
Sud), ha infatti vinto il Premio VPRO IDFA come miglior
lungometraggio documentario (clicca
qui per sentire la nostra intervista in esclusiva).
Il film è stato prodotto da Min-Chul Kim, lo stesso
produttore che due anni fa aveva portato all'IDFA "Iron
Crows", anch'esso vincitore al festival. Per Min-Chul
KIm il successo che stanno avendo le storie asiatiche
raccontate da registi asiatici deve far riflettere (clicca
qui per l'intervista in esclusiva). Il
premio NTR IDFA per il miglior mediometraggio
documentario coglie di sorpresa Jorge Gaggero autore di
Montenegro, già rientrato in Argentina la sera della
premiazione. Nonostante la distanza è riuscito a dare
un'intensa testimonianza via skype alla numerosa platea
presente per la premiazione, i momenti della premiazione
possono essere rivisti sull'IDFA TV nella sezione talk
show. Micha Peled, già autore di "China
Blue" e "When Wall-Mart comes to town", vince il premio
IDFA per il miglio Green Screen Documentary con Bitter
Seeds (USA/India), l'ultimo film della sua "Trilogia
della Globalizzazione". Il film, che esplora le
controverse e drammatiche implicazioni dell'utilizzo
delle sementi geneticamente modificate in India, vince
anche il premio Oxfam Global Justice. Quest'anno il
Premio Speciale della Giuria è andato a 5 Broken Cameras
(Palestina / Israele) di Emad Burnat e Guy Davidi, che
ha anche vinto il Premio del Pubblico. Il film ha
ricevuto il sostegno finanziario del Fondo Jan Vrijman.
(clicca
qui per sentire la nostra intervista in esclusiva)
La composizione delle giurie e i relativi report
si possono trovare sul
sito dell'IDFA.
Torna a inizio pagina |