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Speciale Los Angeles Film Festival

Dai nostri inviati Vanessa Crocini e Paolo G. Sulpasso

 

Anche quest’anno il Los Angeles Film Festival, alla sua diciasettesima edizione, ha proposto molti documentari interessanti. Per la prima volta nel complesso di LA Live e dei Regal Cinemas tra i grattacieli di downtown, il LAFF ha mostrato ancora una volta di tenere ad una programmazione che promuove filmmakers internazionali e soprattutto independenti. Il festival è organizzato da Film Independent, organo no profit che divulga il cinema indipendente e che organizza anche gli Spirit Awards, premi dati il giorno prima degli Oscar alle migliori produzioni indie del panorama americano e internazionale. La direttrice del festival, Rebecca Yeldham, si è ritenuta soddisfatta della risposta del pubblico e dell’affluenza nelle sale, considerando la crisi che Hollwyood ha attraversato negli ultimi due anni. I documentari proiettati sono stati molti e tutti di ottima qualità.

 

 

Make Believe di J Clay Tweel (USA/ Sudafrica/ Giappone, 2010, 90’)

La giuria composta dalla regista e attrice Karen Moncrief (Blue Car, The Dead Girl), il regista Arthur Dong (Licensed to Kill, Hollywood Chinese) e il critico e giornalista Robert Abele hanno premiato come miglior documentario Make Believe  diretto da J. Clay Tweel, che si è aggiudicato come premio ben $ 50.000 in cash. Il documentario racconta la storia di sei giovani adolescenti (tre americani, due sudafricani e un giapponese) che si stanno preparando per  il concorso come miglior mago giovane al World Magic Seminar di Las Vegas. Il regista, in un misto di humor e suspence, ci mostra che questi ragazzini hanno qualcosa che li unisce nella loro diversità culturale, e cioè la voglia di essere i numero uno nel mondo della magia. La macchina da presa cattura i loro pregi e le loro debolezze. Krystin, che potrebbe sembrare Britney Spears, è diversa dalle altre ragazze della sua età proprio per questo suo amore per la magia, così come Derek, che non riesce a condividere la sua ossessione per imparare dei nuovi trucchi magici con i suoi coetanei. I sudafricani Siphiwe e Nkumbuzo invece vedono nella magia una speranza, un hobby che li possa tenere fuori dai guai e che permette loro di realizzare il sogno di viaggiare negli Stati Uniti. Bill invece per la magia ha rinunciato ad una borsa di studio al dipartimento di musica dell’Università di Chicago. Per Hiroki, che vive in un remoto paesino nelle montagne giapponesi, la magia è una forma d’arte che necessita molta preparazione per raggiungerne il perfezionamento, qualcosa a cui si è devoti isolandosi. Questo film invece ci mostra che questi ragazzini possono dare il meglio si sè interagendo tra di loro e confrontandosi. Quando la sfida arriva, è come se non fosse importante chi vince perchè ognugno di loro è vincitore nel suo piccolo mondo e ognugno di loro impara qualcosa dalla partecipazione al concorso finale e cioè che anche i sogni che sembrano impossibili si possono realizzare. Alla proeizione da vincitori erano presenti anche i sei protagonisti che si sono poi esibiti davanti al pubblico con alcuni dei loro numeri in uno dei doposerata organizzati dal festival.

 

Waiting for Superman di Davis Guggenheim (USA, 2010, 102’)

Un’altra première importante è stata quella di Waiting for Superman diretto da Davis Guggenheim, già vincitore di un Oscar per An Inconvenient Truth. In esclusica per ildocumentario.it abbiamo realizzato delle interviste direttamente dal red carpet che potete vedere sul nostro canale You Tube. Guggenheim punta il dito contro il fallimento del sistema educativo americano, una contraddizione visto che gli Stati Uniti sono uno dei paesi più ricchi e privilegiati al mondo. Ecco perchè le storie dei cinque giovani protagonisti, provenienti da diverse città degli Stati Uniti e con un background culturale e razziale variegato (soprattutto ispanici e afroamericani), ci commuovono. Vivono in delle zone poco agiate o medioborghesi dove le scuole pubbliche sono carenti e sovrappopolate e la percentuale di studenti che non portano a termine gli studi è elevatissima. La loro unica speranza resta quella di entrare nelle cosiddette “charter schools”. Queste scuole ricevono soldi dal fondo pubblico, ma sono gestite in maniera diversa, come una scuola privata e senza tuizioni da pagare. Il problema è che accettano solo un basso numero di studenti. Per poter accedere quindi si deve partecipare ad una lotteria ed affidarsi alla fortuna. Non importa che siano studenti meritevoli, con tante ambizioni e pieni di speranza di voler cambiare il mondo. E’ per questo che sono struggenti le interviste ai genitori di alcuni di questi ragazzini che vorrebbero un futuro migliore e diverso per i loro figli e che fanno enormi sacrifici per loro, sentendosi in colpa perchè non possono mandarli alla scuola privata. Michelle Rhee, il capo del Dipartimento dell’Educazione di Washington propone nuove soluzioni e idee per migliorare le scuole, ma deve scontrarsi contro i sindacati dei professori che sono contro ogni tipo di riforma che li penalizzerebbe. Geoffrey Canada invece, professore ed educatore in una delle scuole di Harlem, sebbene non abbia grandi risorse o sia sottopagato, tiene veramente all’ educazione dei suoi studenti e parla di quello che davvero manca alle scuole pubbliche americane. Parole che ispirano le sue e che fanno pensare che il problema dell’educazione in America possa essere risolto. Anche in questo documentario, Guggenheim non solo ci espone il problema ma cerca di proporre delle soluzioni per le scuole americane. Vengono mostrate statistiche poco incoraggianti ma che fanno riflettere, un’autocritica sulle cause della mediocrita’di un sistema che però intravede la possibilità di potersi modificare al suo interno. La struggente canzone di John Legend intitolata “Shine”, che accompagna i titoli di coda, ci fa riflettere su come l’educazione non sia un privilegio, ma un diritto al quale tutti devono accedere, indipendentemente da dove vivono, dalla loro razza e dalle loro condizioni economiche.

 

Circo di Aaron Schock (USA/ Messico, 2010, 75’)

Un altro documentario interessante è stato sicuramente Circo diretto dal newyorkese Aaron Schock, alla sua prima regia. Il film racconta la storia della famiglia Ponce che viaggia in tutto il Messico con il circo itinerante della famiglia che dura tradizionalmente da più di cento anni. Tutti i membri della famiglia Ponce infatti sono coinvolti nel business circense. Tino, il capofamiglia, insieme ai figli lavora instancabilmente per far fruttare i pochi guadagni gestiti dai suoi genitori. Mantenere un circo costa molto e non è facile perchè nei piccoli vilaggi dell’entroterra messicano dove il circo fa visita, sono in pochi a potersi permettere il costo del biglietto di uno spettacolo. Per la prima volta, non si parla di immigrazione e di frontiera messicana perchè il regista Schock, che all’inizio voleva raccontare la storia dei coltivatori di mais dell’entroterra messicano, è rimasto invece affascinato dalla famiglia Ponce per il loro stile di vita che include in ogni suo aspetto il circo. Schock ha seguito Tino con la moglie Ivonne, i quattro figli, la nipote Naydelin, il fratello Tacho e i genitori per diversi mesi nel loro camper dove vivono tutti insieme e con il quale si spostano di paese in paese. La sua macchina da presa è riuscita a catturare tutta la fragilità del matrimonio tra Tino e Ivonne, che cerca invano di far capire al marito che i loro quattro figli devono crescere in maniera diversa. Non si tratta solo di ricevere un’educazione scolastica che permetta loro di imaparare a leggere e scrivere, ma di confrontarsi con il mondo esterno che non conoscono. I genitori di Tino invece pensano che il miglior modo per educare i nipoti sia farli crescere all’interno del circo. La macchina da presa ci fa vedere in maniera molto naturale e non intrusiva le discussioni tra Tino e Ivonne e senza puntare il dito nè prendendo la parte di nessuno, ma esponendo le difficoltà e le incertezze di un matrimonio in cui Tino non vuole deludere i genitori e vuole portare avanti la tradizione di famiglia. Schock, che aveva esperienza come fotografo di reportage, è riuscito a trasmettere in maniera malinconica e quasi fuori dal tempo i bellissimi paesaggi dell’entroterra messicano con i quali ogni volta i figli di Tino e Ivonne cercano di interagire. Sono molto suggestive le immagini dei bambini che vagano come zingari tra luoghi e ville abbandonate, mentra fanno tenerezza quelle in cui Cascaras, il figlio maggiore, saluta una delle tante fidanzate che trova in ogni nuova destinazione del circo. La struggente colonna sonora dei Calexico, gruppo messicano molto famoso negli Stati Uniti, mette in rilievo l’atmosfera maliconica di alcune delle immagini che Schock ha girato da solo, senza troupe, facendoci vedere una delle tante sfaccettature della cultura messicana tanto ricca quanto complessa.

 

 

Farewell di Ditteke Mensink (Holland, 2009, 90’)

Molto emozionante anche se solo in parte documentaristico è Farewell diretto da Ditteke Mensink, con il prezioso contributo del ricercatore Gerard Nijssen, sul primo giro intorno al mondo del Graf Zeppelin nel 1929, dove a bordo si trovava Lady Grace Drummond Hay. Lady Grace era l’unica giornalista donna presente, assunta da William Randolph Hurst affinchè raccontasse sul suo giornale questo storico viaggio visto da una prospettiva femminile. Il film ha solamente immagini di repertorio che sono accompagnate da una colonna sonora toccante. La voce fuori campo di Lady Grace racconta tutte le sue impressioni sul viaggio. E la Mensink ha fatto un ottimo lavoro combinando gli articoli pubblicati sullo Hearst e le parole di quello che doveva essere il diario personale di Lady Grace, ma che invece è stato scritto dalla regista come fosse una sceneggiatura. In un certo senso questo documentario è un mix di fatti realmente accaduti e altri di finzione che insieme si uniscono a tal punto da non poterli  più distinguere. A bordo dello zeppelin, c’era anche Karl von Wiegand, giornalista e amante di Lady Grace. La loro relazione segreta che andava avanti nonostante il matrimonio di lui, finisce poco prima del viaggio, ma conosciamo le emozioni e le sensazioni di Grace grazie alle seicento lettere d’amore che lei avevo scritto all’amante in tempi precedenti al tour e che sono state incorporate perfettamente con le immagini di archivio. Attraverso i suoi racconti e le immagini di peasaggi mai visti prima, possiamo respirare come questo viaggio la cambia e la matura. C’è la sua consapevolezza di essere la prima donna a compiere un’impresa tale. Si respira il nervosismo della situazione storico politica dell’epoca all’arrivo dello zeppelin in Germania, nella Russia stalinista e in Giappone. Alla fine del viaggio, Lady Grace viene accolta come una star del cinema, e con lei il mondo intero è pieno di speranza, ma solo cinquanta giorni dopo, il crollo della borsa aprì le porte ad uno dei periodi più bui della storia mondiale: la Grande Crisi del 1929.

 

 

El Ambulante di Eduardo de la Serna, Lucas Marcheggiano e Adriana Yurchvitch (Argentina, 2009, 84’)

Altro documentario molto simpatico è stato l’argentino El Ambulante ( The Peddler)

diretto da Eduardo de la Serna, Lucas Marcheggiano e Adriana Yurchvitch. La storia di Daniel Burmeister è molto affascinante e ci riporte alle origini più popolari del cinema. Burmeister è un regista che si sposta con la sua vecchia macchina rotta di paese in paese nell’entroterra argentino dove ogni volta si trattiene per un mese. Chiede al comune di  sostenerlo con vitto e alloggio, mentre produrrà un film da una delle sue dodici sceneggiature, e soprattutto usando attori locali. In ogni peasino, Daniel organizza audizioni e provini per le future star e crea un simpatico subbuglio ed entusiasmo come  nessuno aveva mai visto prima. Con la sua vecchia telecamera, una enorme Panasonic che va ancora con le videocassette, gira in stile molto neorealista, non usa luci se non torce e monta con un vecchio videoregistratore. Infine utilizza il suo vecchio proiettore per far vedere ogni volta il film finito su un grande lenzuolo bianco nella sala parrocchiale. I suoi guadagni verranno dalla vendita della cassetta del film. Se durante le riprese c’è un problema, trova sempre una soluzione, a costo di arrampicarsi su un albero o di dover recitare perchè un attore non si è presentato. Le immagini di questo documentario diventano come un backstage di una sua produzione. Unica pecca: i primi venti minuti sono stati ricreati perchè al momento dell’inizio delle riprese del documentario, Daniel era già arrivato in un paesino e si era già sistemato. Per questo all’inizio il film appare lento e macchinoso, poi però si è catapultati all’interno della produzione del film e apprezziamo la vena creativa di Daniel e l’impegno degli abitanti del posto inesperti ed entusiasti di diventare attori. Di film girati con questo metodo, Daniel ne ha fatti ben 58. Con lui è come tornare indietro nel tempo, quando la tecnologia più avanzata era rappresentata proprio da quegli strumenti rudimentali che ancora lui usa. Burmeister è forse il regista più inventivo del secolo ed è orgoglioso che i suoi film riescano a trasmettere emozioni a quelle persone che per una volta nella vita del loro paese sono i veri protagonisti di qualcosa di diverso che ricorderanno per sempre.

 

 

Lost Angels di Thomas Napper (USA, 2010, 76’)

Infine Lost Angels di Thomas Napper conclude la nostra panoramica sui documentari più interessanti visti al Los Angeles Film Festival. Protagonisti sono alcuni barboni che vivono a Skid Row, meglio conosciuta come la zona off limits di downtown di Los Angeles, completamente abitata da senzatetto con malattie mentali, alcolizzati e drogati. I loro racconti ci catapultano in un universo poco capito ma che per loro rappresenta una salvezza, la loro casa, il loro rifugio. Sono coinvolti tutti nelle attività della comunità. A Skid Row c’è chi ha un’abitazione permanente, chi ha un lavoro nelle varie associazioni e si respira un certo ottimismo dato appunto dal fatto che in molti hanno la volontà di rendere quella zona della città vivibile al meglio. Per il regista questa esperienza è stata toccante e soprattutto ha affidato la sua macchina da presa a questi senzatetto che hanno risposto con onestà, fiducia e rispetto, aprendosi completamente. K.K. un tempo aveva una famiglia benestante che ha abbandonato per sballarsi ma si è salvato grazie a Skid Row; OG si occupa di pulire le strade del quartiere con la sua scopa e conosce tutti; General Dogon lavora in una delle associazioni per il recupero della zona; Linda ha una malattia alla pelle che la discrimina dapperttutto ma non lì. Lee Anne invece ha forti problemi mentali e si preoccupa di dare da mangiare ai gatti abbandonati e colleziona spazzatura; Detroit invece sta cercando di smettere di drogarsi per recuperare il rapporto con le figlie. Infine Bam Bam, un siero positivo che è incrocio tra un punk e un transessuale che con il tempo ha recuperato il rapporto con la figlia. Sono proprio questi protagonisti che ci fanno conoscere i loro scheletri passati e la loro forza di volontà di rendere migliore quel luogo che ha dato loro la salvezza. La voce fuori campo narrante è quella della bravissima attrice Catherine Keener. La proeizione al Los Angeles Film Festival è stata inclusa nelle Community Screenings con libero accesso. Una risposta alla cultura di strada dei meno fortunati e un ritratto autentico di una comunità disprezzata e non considerata tale dalla polizia di Los Angeles. Polizia che in una sua iniziativa ha cercato di ridurre la loro presenza, vittimizzandoli e criminalizzando il loro status. La macchina da presa di Napper si sofferma su tutte quelle figure e quelle immagini che per strada cercheremmo di evitare di guardare, senza incrociare lo sguardo con nessuno. Qui invece nessuno scappa, ma, anzi, riflette.

Vedi i video dal festival sul canale Youtube de Il documentario.

 

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"Corde" di Marcello Sannino vince Casa Rossa Doc e Vesuvio Award

Il documentario Corde di Marcello Sannino ha vinto il Premio Casa Rossa Doc al Bellaria Film Festival e il Vesuvio Award per la miglior regia al Napoli Film Festival 2010.

Le motivazioni dei due premi:

Premio Casa Rossa Doc - Bellaria Film festival 2010

“La giuria ha premiato questo film per la sua capacità di penetrare la realtà, di cogliere le contraddizioni del protagonista con estrema umanità e raccontarle attraverso il tempo, le persone e i momenti che lui stesso vive. Il linguaggio, fluido e immediato, riesce a conquistare lo spettatore aggiungendo frammenti alla storia, inspessendola di una vita che esce dalla palestra e diventa più ampia, psicologica ed emotiva.
Lo sguardo, parte integrante delle vicende che narra, attraverso la confidenzialità  e l’intimità con il personaggio, ne mostra gli elementi più veri “

Vesuvio Award per la miglior regia – Napoli film festival 2010
“Per aver trasferito la fascinazione della boxe in fascinazione cinematografica senza dimenticare di documentare la realtà della vita del protagonista”.

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Vincono due documentari targati EsoDoc al pitch del Sunny Side of the Doc

Girls don’t cry di Marta Bite, prodotto da Ego Media (Latvia) per la sezione “Arte e Cultura” e The Brussel Business di Matthieu Lietaert and Friedrich Moser, prodotto dalla UP Creative (Gran Bretagna) per la sezione “Politica & Società in progetti cross-media” vincono il premio “The BIPS” (“The Best International Project Showcase”) come migliori progetti di documentario al pitch del festival Sunny Side of the Doc tenutosi a fine giugno a La Rochelle, in Francia.

Una piazza particolarmente prestigiosa, perché Il Sunny Side of the Doc non è un semplice festival, ma un vero e proprio mercato internazionale del documentario, dove per quattro giorni si sono incontrati più di 2000 professionali, tra commission editors, autori, registi e case di produzione, alla ricerca di opportunità di produzione, coproduzione, vendita e acquisto di progetti di documentario.

Una bella soddisfazione per ZeLIG che ha visto nascere i progetti all’interno di ESoDoc, il workshop europeo sul documentario che organizza ormai da sette anni con il supporto del programma europeo MEDIA. Marta Bite che Matthieu Lietaert hanno partecipato infatti alle scorse edizioni (rispettivamente nel 2009 e nel 2008), e hanno potuto sviluppare il loro progetto sotto la supervisione dei docenti ESoDoc.

In particolar modo la vittoria di Lietaert con il suo progetto cross media sulle logiche economiche dell’Unione Europea conferma le grosse potenzialità artistiche e comunicative dei nuovi media nella produzione di documentari, da alcuni anni focus di ricerca e di insegnamento di ESoDoc.

Per maggiori informazioni: www.esodoc.eu

 

 

 

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